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Antichi Astronauti

Nessuno mette più in dubbio le conoscenze astronomiche dei nostri antenati, mossi com’erano da un richiamo irrefrenabile alla volta celeste. Un sapere tramandato per generazioni, che oggi riconosciamo nei miti e nelle leggende, ricordi distorti e sfumati trasmessi oralmente nei millenni. Conoscenze astronomiche che continuiamo a rinvenire nelle incisioni dei templi e negli allineamenti delle costruzioni megalitiche, oppure nei riti che conducevano all’immortalità e all’ascesa in cielo delle divinità.

"L'umanità ha sempre rivolto gli occhi al cielo, fin da tempi remoti, per scrutare il volere delle divinità."

L’autore si muove, con tutto il buon senso possibile e con il solito piglio divulgativo, nell’analisi della teoria degli Antichi astronauti, o Paleoastronautica, la pseudoscienza che si occupa di possibili visite aliene avvenute in passato sul nostro pianeta, pur in assenza di prove inoppugnabili e a fronte di indizi davvero scarsi e spesso risibili. Ma il percorso d’indagine, anche stavolta, non esclude del tutto la possibilità che antiche e progredite civiltà si siano susseguite, soprattutto tra Paleolitico e Neolitico, senza peraltro lasciare tracce così evidenti del loro passaggio.

 

In questo testo, dove sono analizzati anche i controversi OOPArt, viene discussa la nascita della teoria, lo sviluppo degli studi negli ultimi trent’anni e il contributo a volte inconsapevole degli scienziati; vengono inoltre analizzate le testimonianze più confacenti, dibattuti problemi e prospettive, comprese le possibili connessioni con il  SETI, le cui attività possono incredibilmente indirizzare anche la ricerca delle prove che mancano della presenza di extraterrestri nell’antichità.

Tra macchine volanti, messaggeri divini e misteriosi libri ormai perduti, l’autore introduce anche gli ultimi studi scientifici e le più recenti scoperte archeologiche documentate, per suggerire la possibilità di un qualche intervento nel nostro remoto passato degli Antichi astronauti.

strani avvistamenti nei cieli di pantelleria (13)

Antichi Astronauti

 

Presenze aliene nel nostro passato.

Uno studio completo sul mistero degli Antichi Astronauti e delle civiltà scomparse.

strani avvistamenti nei cieli di pantelleria (2)
strani avvistamenti nei cieli di pantelleria

Chi è Simone 

Simone Barcelli è un divulgatore di storia, archeologia e mitologia.

 

Già webmaster del portale Tracce d’eternità, è stato per anni curatore dell’omonima rivista digitale in download gratuito per gli utenti.

 

Ha collaborato con Edizioni XII nella selezione di testi inediti.

Collabora con Cerchio della Luna Editore per la scelta, l’editing e la realizzazione di titoli monografici, alcuni per la serie I Quaderni di Tracce.

 

È stato tra i fondatori di A.S.P.I.S. (Associazione Scientifica per il Progresso Interdisciplinare delle Scienze).

 

Ha pubblicato studi tematici sui mensili Hera, SpHera, Area di Confine, Fenix e XTimes, e sul bimestrale L’Iniziazione.

 

In rete collabora con le testate AntichiConfini, ArcheoMedia, Tuttostoria, InStoria e Storia in network.

 

 

Per l’Editore Cerchio della Luna ha pubblicato Tracce d’eternità (2009), L’enigma delle origini della razza umana (2011), Il ritorno del Serpente Piumato (2012), OOPART Gli oggetti impossibili del nostro passato (2012), Oltre i portali nel cielo (2013), La Storia che verrà (2013), Quelli che vennero prima (2015), Misteri delle civiltà precolombiane (2017), Codici nascosti delle civiltà delle origini (2017) La mitica terra di Punt (2018), Il retaggio perduto dei vichinghi (2019), Il paradiso scomparso del dio Enki (2020), Tracce di civiltà scomparse (2021) e Antichi astronauti – Presenze aliene nel nostro passato (2022).

 

Per Panda Edizioni ha pubblicato L’ultimo rifugio delle SS (luglio 2022).

 

Per Aurora Boreale Edizioni è in uscita Le finanze occulte del Führer (gennaio 2023).

 

Per Kindle Direct Publishing ha pubblicato L’ultima specie (cambi di clima, diffusioni e bugie dell’Homo sapiens (2014), disponibile sullo store di Amazon anche in versione digitale per Kindle.

 

Sul blog Polvere si dedica esclusivamente alle recensioni di saggi e romanzi, con la possibilità per gli autori di usufruire gratuitamente anche di questo spazio web per pubblicizzare le proprie opere.

et

Anteprima

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Il tempo dei giganti

I.

Il filosofo Denis Saurat (L'Atlantide et le règne des géants, 1954, e La religion des géants et la civilisation des insectes, 1955), sosteneva l’esistenza nel passato di una civiltà spirituale «molto più antica di quanto scientificamente si possa affermare».

Egli era convinto assertore dell’esistenza di una stirpe di giganti in un passato devastato da catastrofi, che tuttavia avrebbero permesso un’evoluzione morale dell’umanità.

Reinterpretando i racconti mitologici e accennando alle ricerche ‘archeologiche’ dell’epoca, soprattutto quelle condotte dal saggista Hans Schindler Bellamy, fautore della contestata ‘teoria del ghiaccio’ avanzata dall’ingegnere Hans Horbiger, suggeriva, in ultima analisi, che «gli impulsi che sottendono tutte le idee sull’Atlantide, da Platone fino a Horbiger, testimoniano il desiderio degli uomini di diventare degli dèi».

Insomma, abbastanza carne al fuoco perché i sostenitori della teoria degli Antichi astronauti potessero attingere a piene mani, anche se le teorie di Hans Horbiger, su cui poggiava il tutto, fossero assolutamente prive di fondamento e soprattutto in netto contrasto con i dettami della scienza.

Horbiger era convinto che la Luna avesse avuto un ruolo centrale nelle antiche leggende e che la Terra, nella sua lenta evoluzione, annoverasse diversi satelliti che periodicamente si erano schiantati sul pianeta provocando catastrofi di immani proporzioni. Uno di questi satelliti, secondo la teoria propugnata dallo studioso, si frantumò dando vita a un insieme di frammenti che dopo aver attraversato il cielo caddero rovinosamente sul nostro pianeta.

La presenza in tempi remoti di più satelliti in progressivo avvicinamento e con grosse influenze sul campo gravitazionale, avrebbe potuto favorire, secondo  l’ingegnere, la crescita abnorme della fauna, della flora e degli stessi esseri umani per la semplice conseguenza di un alleggerimento del peso.

I ritrovamenti geologici, come accennava già negli anni Settanta del secolo scorso l’autore Alan Landsburg in uno dei suoi testi (Alla scoperta di antichi misteri), hanno però screditato buona parte delle asserzioni di Bellamy, comprese quindi le deliranti ipotesi di Horbiger.

Nonostante appartenesse anche lui al mondo accademico, Saurat ammetteva di aver perso progressivamente fiducia negli scienziati poiché «molto barcollanti in tutte le teorie, e completamente incerti sui principi».

Il filosofo arguiva che la scienza doveva occuparsi dell’osservazione dei fatti, mentre l’uomo comune, almeno quello dotato di buon senso, poteva giudicare al pari degli scienziati le questioni religiose, politiche o sociali.

Non solo Sirio

II.

L’attenzione dei Dogon, oltre alla costellazione di Orione, alle Pleiadi e a Sirio, è rivolta anche a due pianeti: Giove con i suoi quattro satelliti e Saturno con il suo anello. Infatti Giove e Saturno, compiendo le rispettive rivoluzioni, si congiungono periodicamente (raggiungendo la stessa longitudine o ascensione retta) ogni sessant’anni, un arco di tempo corrispondente alla celebrazione del rituale dogon.

Fra l’altro, tenendo conto di queste congiunzioni, è anche possibile determinare il ciclo precessionale di 25800 anni circa, un evento legato alla rotazione dell’asse della Terra attorno alla verticale, determinato dalla forma irregolare del nostro pianeta e dalle forze gravitazionali subite dalla Luna e dal Sole. Al termine di questo lungo periodo, denominato precessione degli equinozi o anno platonico, si modifica la posizione delle stelle e dei poli celesti.

La precessione degli equinozi è la lenta rotazione dell’asse della Terra attorno alla verticale, causata dalla forma irregolare del nostro pianeta e dalle forze di gravitazione subite dalla Luna e dal Sole. Un giro completo è chiamato anche anno platonico: in questo arco di tempo, la posizione delle stelle e dei poli celesti si modifica.

Il fenomeno è condensato nelle dodici case - che rappresentano le costellazioni - dello zodiaco, introdotto nel VII secolo a.C. dai sacerdoti caldei con la ‘scienza’ dell’astrologia.

Le conoscenze dei Dogon in fatto di astronomia sconfinano nell’inverosimile: sanno descrivere anche la superficie della Luna e la Via Lattea, che rappresentano come una spirale di stelle. Da quel che sappiamo, questi indigeni sono a conoscenza di queste nozioni almeno dal XIII secolo d.C.

Gli anziani, a cui chiesero di questo straordinario bagaglio scientifico, narrano di come, tanto tempo fa, una divinità simile ad un “uomo acquatico” scese dalle stelle su una grande arca e fornì al loro popolo queste conoscenze. Da allora, tutta l’esistenza terrena di questa gente è intrisa dalle credenze cosmologiche come ben testimoniano, per dirne solo due, l’urbanistica e l’arte scultoria. Le osservazioni celesti dei Dogon avvenivano in osservatori-santuari realizzati all’interno di caverne, ove si scrutava il sorgere contemporaneo del Sole e di Sirio nella sua levata eliaca, i due astri più luminosi.

Vittorio Franchini, giornalista del Corriere della Sera, autore de La casa delle stelle (1984) e Mali. Viaggio tra i Dogon il Popolo delle stelle (1999), rivela di essere entrato nella grotta sacra dove i Dogon conservano le maschere sacre, ovvero mappe astronomiche, usate ogni sessant’anni per il rituale del Sigui o Sigi, con cui, oltre a celebrare la luminosa stella Sirio (la più brillante di tutte le stelle fisse, stella principale della costellazione del Cane Maggiore), ricordano – come spiega ancora Bonifacio – «l’introduzione della morte e la fondazione dei riti che presiedono il trapasso».

Oggi si è propensi a credere che quanto raccontato da Griaule e Dieterlen possa contenere imprecisioni o considerazioni sopra le righe, in un periodo in cui le scienze, compresa l’antropologia, erano ancora per così dire ‘romantiche’.

Oppure, che la conoscenza dei Dogon provenga semplicemente da informazioni ricevute da esploratori o viaggiatori del secolo scorso: se così fosse, non si comprende la ragione perché questi insegnassero agli indigeni nozioni astronomiche così precise, e proprio del sistema di Sirio. Francamente, anche questa spiegazione mi pare sopra le righe. È pur vero che lo storico Alessandro Triulzi ha rimarcato come l’etnologo Michel Leiris, che seguì la missione con l’incarico di segretario archivista – a lui spettava il compito di tenere l’agenda, compilare le schede e registrare gli oggetti raccolti dalla spedizione – rivelò nei suoi diari che durante la lunga permanenza tra i Dogon,  alla ricerca di maschere rituali e di codici linguistici, assistette al furto del capomissione di oggetti prelevati da un altare kono: «”Griaule afferra due flauti e li fa scivolare negli stivali”, scrive il 6 settembre; e pochi giorni dopo confessa alla moglie Zette: “non riesco ad appassionarmi se non momentaneamente al mio lavoro tanto più che i metodi utilizzati per l’inchiesta somigliano molto più a interrogatori di un giudice che a conversazioni su un piano amichevole, e i metodi di raccolta degli oggetti sono, nove volte su dieci, metodi di acquisto forzato se non di requisizione […]; si saccheggiano dei negri col pretesto di insegnare alla gente di conoscerli ed amarli, cioè, alla fine dei conti, di formare altri etnografi che andranno anche loro ad ‘amarli’ e saccheggiarli”».

Marco Aime, professore di antropologia culturale all’Università di Genova e grande conoscitore del mondo africano, così descrive i Dogon e la zona in cui vivono, facendone un ritratto che spazia ben di là delle presunte conoscenze astronomiche di questo popolo: «La falesia di Bandiagara, da sempre il rifugio dei dogon, è uno dei maggiori siti di importanza archeologica, etnologica e geologica del mondo. È un luogo in cui si è mantenuta viva una cultura molto originale e complessa. Le danze dogon costituiscono il rito forse più significativo e antico. Ma la loro cultura si esprime anche attraverso altre forme d’arte: in particolare, questo popolo è diventato famoso per l’attività scultorea, totalmente intrisa di religiosità. Le statue lignee rappresentano spesso la dea madre, evocano la fertilità e la sacralità della natura».

I danzatori, durante le cerimonie, per inscenare la rappresentazione del creato, portano pesanti maschere lignee, ispirate alle varie fasi della cosmogonia, ma anche a personaggi del mondo quotidiano. Le maschere sono il tramite per cui il mondo dei morti e degli antenati può entrare in contatto con quello dei vivi.

Proprio Aime ha lanciato recentemente un grido d’allarme, perché negli ultimi anni «l’ondata fondamentalista, iniziata nel 2011 con l’occupazione del Mali settentrionale, dopo una prima fase “militare” si è trasformata in una penetrazione silenziosa di elementi islamisti [si tratta dei Peul - ora arruolati dalla jihad -, una popolazione che contende ai Dogon, molto meno numerosi, il controllo delle terre da pascolo, NdA] nei villaggi del Mali. Questo ha provocato numerosi scontri, anche a fuoco, con molti morti, al punto che i Dogon hanno formato una sorta di milizia etnica a metà tra un’associazione di cacciatori e un corpo paramilitare [...] Negli ultimi mesi sono filtrate dalla regione frequenti notizie di scontri a fuoco, villaggi incendiati, raid punitivi e stragi di civili, in una spirale di violenza interetnica alimentata dai predicatori dell’odio».

Oggi i Dogon hanno quindi problemi ben più urgenti da affrontare rispetto al nostro disquisire, anche se questo non toglie nulla all’interesse primario che da sempre muove noi occidentali verso il cosiddetto ‘popolo delle stelle’.

Le prove che mancano

III.

Jason T. Wright è un professore del Dipartimento di Astronomia e Astrofisica della Pennsylvania State University.

Nello studio dal titolo Prior Indigenous Technological Species, pubblicato sulla rivista scientifica ArXiv della Cornell University il 30 aprile 2017, egli discute delle principali questioni aperte dell’astrobiologia, tra cui certamente la possibilità che esistano o siano esistite forme di vita nel Sistema Solare e altrove, e naturalmente la ricerca di vita microbica o di artefatti tecnologici direttamente riconducibili agli alieni.

Partendo da questo presupposto, Wright dibatte l’ipotesi che precedenti specie tecnologiche autoctone, forse provenienti dallo spazio, possano aver raggiunto il Sistema Solare milioni di anni fa, producendo artefatti o tecnosignature che potrebbero essere sopravvissute.

Le tecnosignature sono prove non intenzionali che qualsiasi società tecnologicamente avanzata rilascia durante il suo cammino. Stando alle leggi della chimica e della fisica, qualsiasi civiltà aliena dovrebbe aver utilizzato gli stessi tipi di energia che usiamo noi. L’impiego di combustibili fossili, per esempio, provoca inquinamento con l’emissione di sostanze chimiche che lasciano una firma spettrale nell’atmosfera del pianeta, che potremmo rilevare.

Wright osserva che sulla Terra siamo ormai in grado di individuare queste sostanze chimiche (metano, ossigeno e gas artificiali come i clorofluorocarburi, che un tempo si usavano come refrigeranti) nella nostra atmosfera dalla luce che le sostanze chimiche assorbono.

Anche lo sfruttamento dell’energia solare può essere determinato, poiché i pannelli solari assorbono la luce fino a una certa lunghezza d’onda e riflettono il resto: la luce riflessa dal pianeta avrebbe cioè una certa firma spettrale, una misura delle lunghezze d’onda della luce riflessa o assorbita, indicante appunto la presenza di quei collettori solari. Altre tecnosignature potrebbero essere megastrutture o satelliti artificiali.

Recentemente la NASA ha concesso anche un cospicuo finanziamento di ricerca all’astrofisico Adam Frank del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Rochester, a capo di una squadra (Jacob-Haqq Misra della Blue Marble Space, Manasvi Lingam del Florida Institute of Technology, Avi Loeb dell’Università di Harvard e Jason Wright della Pennsylvania State University) che dovrà dedicarsi allo studio delle tecnosignature atmosferiche, concentrando l’attenzione soprattutto sui quattromila e passa esopianeti finora scoperti, alcuni dei quali del tutto simili alla Terra, potenzialmente in grado di ospitare la vita.

L’obiettivo della ricerca è produrre una biblioteca on line di firme tecnologiche che anche altri astronomi potranno consultare e comparare con l’interpretazione dei rispettivi dati.

Wright indaga quindi le possibili posizioni di queste tecnosignature, escludendo incredibilmente dalla sua ricerca Venere, nonostante sia di dimensioni simili alla Terra e ad essa adiacente nel nostro sistema solare: sulla carta questo pianeta potrebbe essere un prototipo per lo studio di esopianeti apparentemente simili, anche se interessati da percorsi evolutivi differenti.

Come annota anche il giornalista scientifico Luigi Bignami sulle pagine di Focus il 26 settembre 2019, nonostante il pianeta possa avere avuto per alcuni miliardi di anni temperature compatibili con la presenza di acqua liquida, settecento milioni di anni fa un evento catastrofico lo trasformò rapidamente. L’evento potrebbe essere stato un processo di resurfacing, cioè di totale rinnovamento della crosta venusiana: «Una specie di tettonica delle zolle avvenuta in tempi molto rapidi che avrebbe rivoltato l’intera crosta del pianeta, liberando immani quantità di anidride carbonica e dando a Venere il suo aspetto attuale». A questi risultati è giunto lo studio Was Venus the First Habitable World of our Solar System?, presentato da Michael Way del Goddard Institute for Space Science (un laboratorio della Divisione di Scienze della Terra del Goddard Space Flight Center della NASA affiliato al Columbia University Earth Institute) all’European Planetary Science Congress nel settembre 2019, un meeting che si tiene ogni anno in città diverse.

La squadra di Way, in quel seminario, dopo aver lavorato su almeno cinque scenari di simulazioni climatiche tridimensionali, utilizzando i dati topografici della missione Magellano, ha suggerito che il clima di Venere, almeno fino a 715 milioni di anni fa, vantava una temperatura stabile, oscillante tra i venti e cinquanta °C.

Una condizione ottimale per ospitare forme di vita, poiché c’era anche un oceano primordiale poco profondo.

Poi avvenne il rilascio nell’atmosfera di anidride carbonica dalle rocce, assorbita dal magma che avrebbe determinato un effetto serra e il disastroso cambiamento climatico già accennato.

Wright ritiene che il resurfacing dovrebbe aver cancellato tutte le prove dell’esistenza di vita sulla superficie venusiana, possibile per almeno tre miliardi di anni prima dell’evento, quindi rivolge la sua attenzione sulla Terra, anche se avverte che «l’erosione e, in definitiva, la tettonica delle placche potrebbero aver cancellato la maggior parte di tali prove se la specie fosse vissuta milioni di anni fa».

Egli suggerisce di ricercare questi manufatti nel sottosuolo di Marte o della Luna, se non in lune rocciose o asteroidi del Sistema Solare esterno, soprattutto nel caso che questa specie proveniente dallo spazio abbia poi intrapreso viaggi interstellari. Per quel che concerne i mezzi da utilizzare per la specifica ricerca, Wright è al momento orientato sulla strumentazione geologica che con la tecnica del radar restituisce immagini del sottosuolo: «La fotometria e gli spettri di asteroidi, comete e oggetti della fascia di Kuiper sarebbero in grado di rivelare albedo (la bianchezza dello strato interno provocato dalle radiazioni solari, nda), forma, rotazione, composizione o altre anomalie che potrebbero segnalare la presenza di artefatti».

Lo scienziato è convinto che anche un lavoro teorico per «precludere o limitare la presenza di fluttuazioni libere di artefatti nel Sistema Solare», possa essere utile per determinare la posizione in orbita di tali oggetti supponendo che non siano stati coinvolti in collisioni disastrose che potrebbero essere stati cancellati dagli impatti.

Wright suggerisce che gli insediamenti alieni potrebbero essere stati costruiti per ovvi motivi sotto la superficie di pianeti o satelliti, ed è per questo che non sarebbero stati ancora individuati.

Indice capitoli:

Terza parte

 

  • Problemi e prospettive

 

  • Squarciare il velo di Maya

 

  • Bibliografia

 

  • Ringraziamenti

 

  • L'autore

Prima parte

 

  • Uno scienziato alle origini della Paleoastronautica

 

  • Nascita della teoria degli Antichi astronauti

 

  • Lo sviluppo degli studi negli ultimi trent'anni

 

  • Scienziati alle prese (più o meno) con la pseudoscienza

 

Seconda parte

‚Äč

  • Oannes, Adapa e gli altri

 

  • Il popolo delle stelle

 

  • La dimora dei divini uomini-pesce

 

  • Le guerre degli dèi

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