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MONICA BENEDETTI

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Monica Benedetti

                   SARANA

IL GIGLIO DELLA STEPPA

Il Destino è scritto nel tuo Nome

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© Copyright 2022 – Tutti i diritti riservati.

Il contenuto di questo libro non può essere riprodotto, duplicato o trasmesso senza il permesso scritto diretto dell’autore o dell’editore. Questo libro è protetto da copyright. È solo per uso personale. Non è possibile modificare, distribuire, vendere, utilizzare, citare o parafrasare alcuna parte o il contenuto di questo libro senza il consenso dell’autore .

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Prologo

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Prologo

Audiolettura

Di Monica Benedetti

Mi chiamo Sarana Borjigin, sono mongola, sono una odegon e fiera discendente di Chinggis Khan. Voglio raccontarti del cielo che si china sulla steppa e della steppa che lambisce le acque cristalline. Voglio raccontarti della foresta che si piega sulla montagna e della montagna che rincorre la steppa fino al deserto. Voglio accompagnarti nei segreti nascosti tra le pieghe di un fiore e del tempo, scalfiti sulla roccia, imbastiti nel vento, cantati sulla sabbia, raccolti negli antichi sentieri. Voglio narrarti di quando, giovane e spensierata, ho abbracciato il timore di essere donna e ho gridato il mio posto nel mondo. E di quando il ricordo ha macellato le mie carni e ha riposto nelle mani del destino la mia fragilità. Voglio condurti per le vie misteriose dei battiti del böögiin bömbör, nel cuore pulsante della steppa, nelle danze tra i mondi e i sussurri degli spiriti. Voglio condividere la vita e la morte. Condurti per mano al sacrificio del nome e al ritorno, alla trasformazione, all'evoluzione che attende il suo tempo ma giunge per tutti. Voglio farti viaggiare nell'amore forte come le ali di un'aquila e leggero come i pastelli di un arcobaleno e potente come la folgore improvvisa.  Voglio prometterti il dono della rinascita, superando i limiti del presente e solcando le forme del passato. Voglio e posso perché, ora, io sono Sarana Borjigin, Figlia del Tempo e del Ricordo, odegon della tradizione tengrista e fiera discendente di Chinggis Khan.

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estratto dal Cap. 5

SULLE RIVE DELL'ONON

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Estratto dal cap. 5

Audiolettura

Di Monica Benedetti

Il pomeriggio aveva incoraggiato la calura e adesso anche io potevo togliere la felpa e tenere le mezze maniche, finalmente. Lo sbalzo di temperatura era notevole: circa trenta gradi di differenza tra il giorno e la notte. Ci dirigemmo verso i recinti dove alcuni cavalli stavano pascolando e il piccolo puledro, nato qualche ora prima, stava già esercitando le lunghe zampe ancora un po' incerte. «Avvicinati» disse incoraggiandomi con una mano «sono tranquilli.» Chiamò una cavalla e lei sollevò il muso, agitò la criniera e rispose al richiamo, avvicinandosi al passo. «Lei è Jebele» disse e cominciò ad accarezzarle il muso. Lo imitai e Jebele mi annusò la mano e i capelli quindi accettò le mie carezze. «Le piaci visto?» «Anche lei piace a me» risposi «è bellissima» Naran si allontanò, giusto il tempo di prendere le briglie, appoggiate sullo steccato. Tornò e, con delicatezza, gliele mise e chiamò il suo cavallo «Naash ir – Vieni qui - Alag» e quello, come Jebele, sollevò la testa e agitando la criniera si diresse a falcate verso di noi, strofinando il muso sulla mano di Naran. Avevano entrambi il pelo scurissimo e la coda pezzata bianca e nera. «Allora 53 cugina, ce la facciamo una cavalcata fino al fiume?» Mi aiutò a salire dato che non c'era la sella e Jebele non si mosse. Era davvero mite e continuai ad accarezzarle il muso mentre lui montava Alag. Al passo, ci dirigemmo verso il fiume, distante poche centinaia di metri dalle ger. Scendemmo da cavallo e li lasciammo pascolare. Mi avvicinai al greto dell' Onon per toccare l'acqua. Chissà se era davvero fredda come aveva detto mia madre. Immersi la mano e la ritrassi immediatamente: era gelida! Naran rideva, divertito. Mise anche lui una mano in acqua ma, sollevandola, mi inviò uno spruzzo dritto in faccia. Spalancai gli occhi e la bocca poi decisi di vendicarmi e finì che ci trovammo bagnati fradici entrambi. Ancora ridendo ci stendemmo sull'erba. Naran allargò le braccia, gli occhi rivolti all'incredibile azzurro. «Non è libertà questa, Sarana?» Si voltò a guardarmi. Non sapevo cosa rispondere. Era un bel momento, come quelli che passi in vacanza ma quanto sarebbe durato prima di realizzare che attorno a te c'è il nulla? Nessun negozio per fare shopping, niente parrucchiera né estetista, niente serate con gli amici, ristoranti, bei vestiti e tacchi a spillo... No, non faceva davvero per me quel tipo di libertà. «Ho vissuto gli anni dell'università a Ulaanbaatar» riprese «Non mi mancava niente. Dividevo un appartamento in centro con altri due studenti; organizzavamo feste, ci divertivamo con le ragazze... Per un certo periodo ho sognato l'Ovest. Avevo anche chiesto a tuo padre se ci fosse stata la possibilità, una 54 volta finiti gli studi, di trovare lavoro lì da voi. Tornavo nel clan ogni tanto, sempre meno per la verità. Ero ormai quasi deciso a trasferirmi in Italia e cominciai così a fantasticare sul futuro. Avrei voluto fare carriera, specializzarmi magari in veterinaria equina, diventare ricco, vivere in una bellissima e grande casa tutta per me ma poi cominciai a pensare che quella e solo quella sarebbe stata la mia casa. Avrei dovuto passare tutta la vita nello stesso posto. All'improvviso ebbi la sensazione di essere incatenato. Mi sentivo proprio le catene ai piedi» Sollevò una gamba e si strinse le caviglie con la mano. «Una sensazione orribile. Capii che non era quella la vita che avrei voluto. Non era quello che gli Dei avevano in serbo per me. Avevo assaggiato un po' di vita stile occidente e mi era bastata. Così sono rientrato nel clan e per la prima volta, dopo quattro anni, ho sentito il cuore scoppiarmi nel petto. Tutto questo» e sollevò le mani verso l'azzurro «è ciò che voglio, che mi fa sentire vivo.» (...)

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Estratto dal cap. 31

Al di là del Tempo

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Estratto dal cap. 31

Audiolettura

Di Monica Benedetti

(...) C'era una fioca luce e decisi di seguirla, forse avrei recuperato Carla. Corsi verso la luce e vidi qualcuno, sulla soglia che non attese il mio arrivo per varcarla. Era Carla? Mi precipitai per impedire si chiudesse il varco e saltai nella luce. Mi ritrovai dentro una ger. C'era un uomo disteso su un letto coperto da una pelle d'orso e una donna in lacrime che gli teneva la mano e c'era Naran accanto a loro. «Naran!» chiamai e lui si voltò e divenne pallido. «Mainè? Non è possibile» e si precipitò a stringermi tra le sue braccia. Fu allora che compresi. Non ero a casa. Non era Naran e quello sul letto era il Khan.  «No... non è qui che dovrei essere. Devo tornare a casa»

«Mainè, sei a casa, amore mio. Ti ho cercata ovunque nel tempo e nello spazio. Vieni a salutare il nostro Khan. Sarà felice di vederti viva.» Guardai l'uomo che mi stava parlando e lo vidi. Aveva i suoi occhi, il suo sorriso ma non era Naran. Ricordai la storia che mi aveva raccontato e capii che quello era Tebtengri! Non ci capivo più nulla. Perché mi aveva chiamata Mainè? E perché somigliava così tanto a Naran? Tentai di ritrarmi dalla stretta di quell'abbraccio e dissi «No, vi prego... io devo tornare a casa».

La donna che teneva la mano del Khan mi sorrise: «giglio della steppa avvicinati, sei a casa!» disse facendomi cenno di raggiungerla. Il Khan era livido in volto, le membra immobili, gli occhi gonfi e un rigagnolo di bava all'angolo della bocca. Aprì un occhio e tentò un sorriso. Fece un cenno a Bhorte e lei mi lasciò il suo posto. Tebtengri mi pregò di avvicinarmi «Ti prego, fallo. Se non ricorderai allora ti lascerò andare dove vorrai». Acconsentii. Così avrebbe capito e sarei potuta tornare da Naran. Presi la mano del Khan. Come potevo spiegare che non ero Mainè. Forse lo ero stata, poteva essere una logica spiegazione a quell'evento inatteso ma adesso ero Sarana e quella non era casa per me, non più. Il Khan tossì ripetutamente poi mi fece segno di avvicinarmi. Era tutto così reale... Perfino l'odore di morte, nauseante e terribile, entrava nelle mie narici. Stavo davvero assistendo agli ultimi momenti di vita di un personaggio storico, del Padre della Mongolia. Vederlo così non sembrava più il crudele assassino descritto dalla storia ma un uomo che stava per spegnersi, indifeso, dolorante e mi chiedeva di ascoltarlo. Tesi l'orecchio al suo sussurro. «Io lo so chi sei. Sarana, giglio della steppa. Quanto tempo è passato?»

«Più di 800 anni Khan»

«E di chi è la Mongolia?»

«E' tua mio Khan» (...)

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Estratto cap.36

Sigillare la porta

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Estratto dal cap. 36

Audiolettura

Di Monica Benedetti

(...) Serve qualche goccia del nostro sangue Sarana». I miei occhi sgranati lo convinsero ad elaborare ulteriori informazioni: «consideralo un piccolo sacrificio per chiedere perdono e ringraziare della protezione questo luogo. Avresti preferito portare un piccolo agnello e servirci di lui?» Al solo pensiero ritrassi, con ancora più forza, ogni muscolo: «nooo». «Bene» disse avvicinando la coppa con l'acqua: «dammi la mano». Chiusi gli occhi avvicinando il palmo al suo. Serrò la stretta sul mio polso e un lento bruciore ferroso annaspò sul palmo prima di spandere il suo calore. Un cristallo, poi un altro pareva schioccassero all'interno della coppa finché la mano tornò al suo posto, unita al mio braccio risucchiando il liquido caldo. Riaprii gli occhi sfuggendo di proposito la visione del palmo e concentrandomi sul resto. Il liquido trasparente della coppa aveva assunto contorni rosati mantecandosi all'acqua mentre Naran, gentilmente, roteava la capienza ramata. Toccò, discreto, la superficie ormai ferma con la punta di un dito e schizzò la goccia davanti a sé. Ripeté schizzando a destra e a manca e anche dietro. «Fai la stessa cosa» disse ed io, obbediente, imitai i movimenti acquisiti. Passeggiando, poi, nella radura, si unì Altankhuiagh e scolammo pian piano la coppa aspergendone il contenuto alla terra. (...)

 

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Sarana il Giglio della Steppa

La verità è che il più delle volte sappiamo esattamente quali siano i passi da compiere o le strade da percorrere. E' viscerale la sensazione di appartenenza ad un preciso destino, un progetto che abbiamo ben incicso nel nostro DNA e che ci accompagnerà finchè saremo ancora vivi. 

Alla fine potrai sentirti parte di un disegno più grande, nel quale noi somiglieremo, perlopiù, a gocce in un oceano. Oppure guardarti indietro, quando i tuoi capelli saranno ormai grigi e coltivare l'amarezza di una vita immaginata ma mai vissuta. 

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La storia di Sarana è proprio questa, è la storia di una donna che si troverà a fare i conti con il proprio retaggio e, come capita a molti di noi, la tendenza ad evitare il percorso più insidioso è quasi sempre la prima scelta. C'è chi ha più o meno coraggio e affronta l'ignoto con serenità e chi invece, come la protagonista di questa storia, col chiaro timore di perdere una vita per rinascere, poi, in una non ben precisata seconda. Sei pronto ad affrontare questo viaggio?

Elìa Fiume

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Appassionata di storia prediluviana e curiosa fin nel midollo, dopo diversi anni di esperienza come ghostwriter in cui ho condotto delle personali ricerche rivolte allo studio delle origini della nostra specie, ho deciso di "metterci la faccia" e iniziare a condividere i miei studi. Un puzzle multidisciplinare che ho iniziato, e proseguo, con mente aperta e conscia che ogni disciplina, sia scientifica che relegata al mito o alla leggenda, contenga un fondamento di verità.

Negli anni ho accumulato appunti e ipotesi che sto mano a mano riordinando per poter essere condivisi. Ho scelto di farlo attraverso romanzi iniziatici e saggi narrativi.

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