testo del paragrafo (6)
img_2230
img_2230

MONICA BENEDETTI


facebook
instagram
twitter
youtube
whatsapp

www.iomonicabenedetti.it @ All Right Reserved 2021 | Sito web realizzato da Flazio Experience ​


facebook
twitter
youtube
instagram

Monica Benedetti

                   SARANA

IL GIGLIO DELLA STEPPA

Il Destino è scritto nel tuo Nome

progetto senza titolo (15)

© Copyright 2022 – Tutti i diritti riservati.

Il contenuto di questo libro non può essere riprodotto, duplicato o trasmesso senza il permesso scritto diretto dell’autore o dell’editore. Questo libro è protetto da copyright. È solo per uso personale. Non è possibile modificare, distribuire, vendere, utilizzare, citare o parafrasare alcuna parte o il contenuto di questo libro senza il consenso dell’autore .

progetto senza titolo (20)
testo del paragrafo (5)

Prologo

Un nugolo di avvoltoi, neri al pari di una notte senza stelle, si era radunato nel versante della collina. Una macchia scura svolazzante in netto contrasto con l'esplosione dei colori di giugno. Si sollevavano, a tratti, portando nel becco coriaceo pezzi di carne. Le carni appartenute, fino al giorno prima, a mia nonna. Uno spettacolo raccapricciante solo per me. Gli altri, mia madre, mio padre e i miei parenti, compreso lo zio che avrebbe dovuto occuparsi dei resti dopo che gli avvoltoi avessero finito di scarnificare fino all'ultimo osso, erano sereni e speranzosi.

 

Il supplizio era iniziato all'alba. Mia madre aveva svestito la nonna, riposto con cura i gioielli e gli abiti all'interno di un baule di legno finemente intarsiato. L'avevano unta, lei e mio zio, da capo a piedi con il grasso di yak preparato per l'occasione. Mio zio, abbigliato con un largo grembiule di plastica, guanti e soprascarpe, pareva un macellaio o un boia quando si prese la nonna unta e avvolta in un lenzuolo, sulle spalle e la caricò sul carro.

 

Partimmo che il sole aveva appena cominciato a interessarsi delle piccole gocce di rugiada scesa durante la notte e rendeva l'intero paesaggio simile ad un ricco abito cosparso di brillanti. Seguivamo il carro lentamente, una cantilenante processione verso l'atto finale di quel macabro rituale funerario. Ad ogni passo sentivo più forte il desiderio di fuggire, lo stomaco si contorceva come un animale morente e, a tratti, mi saliva una nausea di rancori inespressi . Mia madre mi teneva per mano, stringendo ogni volta che tentavo di liberarmi.

 

 

Poi il carro si fermò. Il sole aveva percorso quasi metà del suo tragitto mattutino, abbeverandosi dei cristalli e ora esplodeva in ogni petalo avvinto dal suo abbraccio. Mio zio si caricò in spalla la nonna per la seconda volta e la depose nell'unico lembo di terra di cui il verde aveva rispettato lo spazio. Un masso informe che, secondo i miei parenti, somigliava al profilo di un avvoltoio, proiettava una sinistra onda ricurva sul terreno. Mia nonna venne deposta li, nuda e unta. La guardai per l'ultima volta e per la prima volta sentii che le avevo voluto bene, contrariamente a quello che avevo sempre creduto.

 

Lei sorrideva nella morte e io non riuscii più a trattenere l'ingorgo di sale e battiti prementi e scoppiai in un tentativo di lacrime. Mia madre mi rivolse uno sguardo torvo. Non era permesso piangere o il suo spirito sarebbe stato rifiutato dagli Dei celesti. Mi asciugai quel poco di liquido traboccato dagli occhi con un lembo della camicia che indossavo, umidiccia e sudata e mi allontanai, volgendo lo sguardo verso il cielo. Non credevo alle usanze di mia madre e dei suoi parenti ma non avrei mai voluto essere io la causa della maledizione di mia nonna così, arrossendo per la vergogna, chiesi perdono alle nuvole e all'azzurro informe che sovrastava l'intera valle. Gli altri attesero immobili l'arrivo degli avvoltoi.

 

Quando l'ultimo uccello fu sazio e si allontanò sbattendo ripetutamente le grandi ali, mio zio si avvicinò a quello che era rimasto della nonna. Raccolse le ossa ripulite dalle carni e cominciò a batterle con un martello, frantumandole in piccoli pezzi e versandovi sopra ancora del grasso animale. Ne uscì una poltiglia che, di lì a poco, altre specie di volatili avrebbero gradito come pasto.

 

Lasciammo la collina che il sole aveva quasi terminato il suo cammino e solo quando la terra dove insisteva la grande pietra a forma di avvoltoio fu completamente ripulita da ogni piccolo, prezioso dettaglio di fibra appartenuta al corpo di mia nonna. Se fosse rimasta anche solo un'unghia i miei parenti ne avrebbero pianto il rifiuto degli Dei celesti. Andò tutto bene e, scendendo a passo svelto, stavolta tutti sorridevano e ringraziavano Tengri, il sovrintendente degli Dei, per aver accolto la nonna nella sua dimora.

 

testo del paragrafo (5)
progetto senza titolo (20)

estratto dal Cap. 7

Ho visto la nonna

(...) Quando rientrammo alle ger ero sudata, esausta e distesa. Le nostre madri ci attendevano di fronte ai recinti.

«Ci stavamo chiedendo se sareste tornati per cena» disse la mia. Poi vedendo la maglietta intrisa di sudore: «Sarana vieni subito a cambiarti prima che ti venga un raffreddore.» Ero ancora accaldata e non mi rendevo conto che il sole stava tramontando e il clima si era fatto più rigido. Seguii mia madre nella nostra ger. C'era una bella tinozza già piena di acqua calda. «Mamma e questa cos'è?»

Sorrise: «è un regalo per te. Con tuo padre e tua zia abbiamo armeggiato tutto il pomeriggio per scaldare l'acqua, lavare la tinozza e farti trovare un bagno caldo quando saresti rientrata. Sappiamo che ti manca.» Saggiai con una mano l'acqua che era di una temperatura piacevole e invitante. «Grazie mamma!» L'abbracciai forte e cominciai a spogliarmi. Un bel bagno era un sogno che si avverava.

Mia madre uscì dalla ger lasciandomi quel momento di intimità. Abbandonata nella tinozza, con gli occhi chiusi e il tepore dell'acqua profumata col mio bagnoschiuma al gelsomino, tentai di rilassarmi. Non mi riuscì. Ripensai alla conversazione con mio cugino, al caloroso benvenuto che mi era stato offerto dai parenti di mamma, a nonna Maria e al suo egoismo, a Carla... D'improvviso mi riconoscevo essere una bambina viziata, indisponente e irriverente, per giunta. Mi rendevo conto di quanto quelle persone là fuori mi volessero bene e tenevano a rendermi felice e io, fino a quel momento. non avevo fatto altro che lamentarmi. C'era mia nonna quasi cadavere poco distante da me, c'erano i suoi figli, i nipoti che aveva cresciuto e io stavo facendo un bagno profumato. Ma che razza di persona ero? Non stavo rispettando il loro dolore che tenevano dentro con dignità e cercavano, anzi, di fare sembrare la morte una festa. Lo facevano per me, per non farmi sentire a disagio, per dispensarmi dal vivere quel momento drammatico. Ma era la mia famiglia. E io li avevo sempre considerati degli estranei, dei rozzi pascolatori di capre, gretti e ignoranti e mi ero sempre vergognata di loro. Adesso mi vergognavo di me stessa, invece. Riaprii gli occhi e tentai di asciugare le lacrime con le mani bagnate. Mi sporsi, allora, dalla tinozza per raggiungere l'asciugamano che mamma aveva ripiegato sul tappeto e fu allora che la vidi. Mia nonna stava ritta di fronte a me e mi sorrideva. «Oddio... Aiuto!» Cominciai a gridare «Aiutooo!» Appena la porta della ger si aprì la figura della nonna scomparve. (...)

 

progetto senza titolo (20)

Estratto dal cap. 25

Al di là del Tempo

(...) Vidi una luce e decisi di seguirla. Mi avrebbe condotta a casa, ne ero sicura. Una porta aperta e qualcuno, sulla soglia che non attese il mio arrivo per varcarla. Corsi allora per impedire si chiudesse e saltai nella luce. Mi trovai dentro una ger. C'era un uomo disteso su un letto e una donna che gli teneva la mano e c'era Naran. «Naran» chiamai e lui si voltò e divenne pallido.

«Mainè? Non è possibile» e si precipitò a stringermi tra le sue braccia. Fu allora che compresi. Non ero a casa. Non era Naran e quello sul letto era il Khan.

«No... non è qui che dovrei essere. Devo tornare a casa»

«Mainè, sei a casa, amore mio. Ti ho cercata ovunque nel tempo e nello spazio. Vieni a salutare il nostro Khan. Sarà felice di vederti viva.»

Ora lo vidi. Aveva i suoi occhi, il suo sorriso ma non era Naran. Quello era Tebtengri! La donna che teneva la mano del Khan mi sorrise: «giglio della steppa avvicinati» disse facendomi cenno di raggiungerla. Il Khan era livido in volto, le membra immobili, gli occhi gonfi e un rigagnolo di bava all'angolo della bocca. Aprì un occhio e tentò un sorriso. Fece un cenno a Borte e lei mi lasciò il suo posto. Gli presi la mano. Come potevo spiegare che non ero Mainè. (...)

 

 

(...) Il Khan tossì ripetutamente poi mi fece segno di avvicinarmi. Tesi l'orecchio al suo sussurro. «Io lo so chi sei. Sarana, giglio della steppa. Quanto tempo è passato?»

«Più di 800 anni Khan»

«E di chi è la Mongolia?»

«E' tua mio Khan» (...)

testo del paragrafo (5)
progetto senza titolo (20)

Lorem Ipsum dolor sit amet

Estratto cap.30

Sigillare la porta

(...) Serve qualche goccia del nostro sangue Sarana».

I miei occhi sgranati lo convinsero ad elaborare ulteriori informazioni: «consideralo un piccolo sacrificio per chiedere perdono e ringraziare della protezione questo luogo. Avresti preferito portare un piccolo agnello e servirci di lui?»

Al solo pensiero ritrassi, con ancora più forza, ogni muscolo: «nooo».

«Bene» disse avvicinando la coppa con l'acqua: «dammi la mano».

Chiusi gli occhi avvicinando il palmo al suo. Serrò la stretta sul mio polso e un lento bruciore ferroso annaspò sul palmo prima di spandere il suo calore. Un cristallo, poi un altro pareva schioccassero all'interno della coppa finché la mano tornò al suo posto, unita al mio braccio risucchiando il liquido caldo. Riaprii gli occhi sfuggendo di proposito la visione del palmo e concentrandomi sul resto. Il liquido trasparente della coppa aveva assunto contorni rosati mantecandosi all'acqua mentre Naran, gentilmente, roteava la capienza ramata. Toccò, discreto, la superficie ormai ferma con la punta di un dito e schizzò la goccia davanti a sé. Ripeté schizzando a destra e a manca e anche dietro. «Fai la stessa cosa» disse ed io, obbediente, imitai i movimenti acquisiti. Passeggiando, poi, nella radura, si unì Altankhuiagh e scolammo pian piano la coppa aspergendone il contenuto alla terra. «Ti fa male?» disse mio marito sincerandosi più che sulla salute del mio palmo, sull'incisione interiore che, sapeva bene, dilaniava ancora, anche se solo un poco, le vecchie credenze di Sara. (...)

 


whatsapp
testo del paragrafo (1)
testo del paragrafo (5)

Lorem Ipsum dolor sit amet

Lorem Ipsum dolor sit amet

Lorem Ipsum dolor sit amet

Lorem Ipsum dolor sit amet

aggiungi corpo del testo (1)
progetto senza titolo (5)

monica benedetti

Su Amazon e in tutti gli store online

progetto senza titolo (16)

Lorem Ipsum dolor sit amet


whatsapp
Create Website with flazio.com | Free and Easy Website Builder